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Biagio Antonacci si confessa: “Conosco la povertà. Mi davano del ladro…”

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Fonte: instagram.com/biagioantonacci

Biagio Antonacci racconta il proprio passato, sul baratro della povertà nella Milano degli anni ’70.

Giunto a 55 anni, Biagio Antonacci si confessa sulle pagine di Vanity Fair. A partire dalla sua infanzia difficile fino all’evoluzione come uomo e artista. È sempre alla ricerca di u modo per esprimere la propria libertà e consiglia ai propri figli di fare lo stesso, rispettando gli altri e imparando a sperimentare.

Nel corso dell’intervista spiega cosa voglia dire venire da Rozzano, ghetto, come lo descrive lui, alle porte di Milano: “Quando dicevi d’essere di lì, le facce della gente si deformavano. Sapevi cosa pensavano, che eri un barbaro, un ladro”.

Nel corso degli anni ha riscosso un enorme successo, con milioni di dischi venduti, anche se ammette di non conoscerne il numero esatto. Non si sente una star: “Giro in motorino, sono contento così. Se potessi resetterei la mia memoria, cancellando tutti gli eventi che mi hanno provocato dolore. Non si tratta di periodi, di attimi e forse neanche di momenti perché tutto ciò che hai vissuto, a una persona sensibile anzi meglio ipersensibile e quindi malinconicamente predisposta all’infelicità, può provocare un cortocircuito, una ferita, un’insoddisfazione”.

È dunque necessario saper dimenticare per essere davvero felici: “Mi sentirei molto più libero se davvero ci riuscissi”.

Biagio Antonacci, una vita di rimpianti

Da anni ormai Biagio Antonacci rappresenta un sex symbol della musica italiana. Ai suoi concerti anche oggi, a un passo dai 55 anni, in molte si scatenano, a tutte le età, nella speranza di ricevere uno sguardo o un cenno da lui.

Nel privato però il cantante si mostra un uomo ben più profondo rispetto al cantore del libero amore dei live. Non ama guardare al passato, perché fa fin troppo male, e ora ciò che è fatto non si può cambiare: “Un rimpianto è un ‘ti amo’ mancato, un rapporto mai esplorato fino in fondo. A mio padre ho detto ‘ti voglio bene’ non tante volte quanto avrei voluto. Non c’era tempo a casa, sulla soglia della povertà. Si pensava a sopravvivere e con mio padre parlavo poco. Conosco la parola povertà, e non dimenticherò mai un mio compagno di classe che, in pieno inverno, venne in classe alle elementari con una sola scarpa”.