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Professoressa augura la morte agli agenti: figlia di un polizotto le scrive

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lettera figlia poliziotto
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Una lettera aperta, pubblicata su Facebook e indirizzata alla professoressa che a Torino, durante le manifestazioni contro i neofascisti, ha urlato “dovete morire” alle forze dell’ordine. A scrivere la figlia di un poliziotto.

A Torino è successo un po’ di tutto. Il corteo antifascista organizzato a Torino la scorsa settimana contro l’iniziativa elettorale di Casapound si è rivelato occasione di disordini, di violenza e, purtroppo, di inciviltà.

Rappresentate di quest’ultima è stata senza dubbio la professoressa divenuta simbolo di quella manifestazione, colei che, in barba al suo ruolo di educatrice, si è posta minacciosa dinnanzi alle forze dell’ordine schierate, urlando loro tutto il suo disprezzo e arrivando ad augurare la morte.

Ai microfoni di Matrix la focosa professoressa ha spiegato di non vergognarsi assolutamente del suo gesto, motivato dal fatto che quei poliziotti stavano secondo lei “proteggendo il fascismo”, adesso però c’è chi spiega alla docente ciò che quel terribile augurio significa per molti: l’incarnazione stessa della più grande delle paure.

A scrivere la lettera aperta che vi rirpoponiamo qua sotto, una missiva comparsa sulla pagina Facebook di ex agenti e simpatizzanti delle forze dell’ordine ‘Noi poliziotti per sempre’ e poi divenuta virale, è la figlia di un poliziotto, una ragazza che preferisce rimanere anonima ma che nel giro di poche righe ricorda ciò che tutti troppo spesso tendiamo a dimenticare ma che un insegnante non dovrebbe invece aiutarci a ricordare: dietro quelle divise ci sono degli esseri umani, padri, mariti, persone con una famiglia che li attende a casa, sperando che possano tornarci ancora una volta.

Cara professoressa: lettera della figlia di un poliziotto

lettera figlia poliziotto
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“Cara professoressa, ti parla la figlia di un appartenente alle forze dell’ordine. Tu che gli urli “dovete morire”, vedi ogni volta che mio padre si allaccia gli anfibi e si chiude il cinturone ho davvero paura che qualcuno lo faccia morire. Forse tu non sai cosa vuol dire. Tu non sai cosa vuol dire vivere di turni, vivere di imprevisti, di compleanni in cui nelle foto ci sono tutti: tranne lui. Del pranzo di Natale che diventava freddo a forza di aspettarlo. Del cuscino vuoto accanto a mia madre. Del freddo, del sonno, del sangue sulla strada, degli insulti che gente come te ogni giorno rivolge a chi indossa una divisa. Cara professoressa, hai mai provato ad accarezzare la stoffa della giacca di un poliziotto o di un carabiniere? Sai non è di un cotone morbido, non è il lusso che tutti credono che lo Stato regali a quegli uomini e a quelle donne in divisa. Cara professoressa, tu sai che mentre auguravi a quei ragazzi la morte a casa c’erano i loro bambini che si erano appena addormentati che si aspettavano di vedere i loro papà il giorno dopo come tutti i giorni? Lo sai che c’erano madri, fidanzate e mogli che in quel preciso momento stavano pensando a loro? E stavano pensando se magari potevano avere troppo freddo là fuori? Non sono dei mostri come li dipingete. Ma sono persone. Le stesse persone che chiamate a tutte le ore se avete bisogno di aiuto, e loro anche se voi gli augurate le morte vengono ad aiutarvi: perché hanno giurato di esserci, e quella divisa che tanto odiate rappresenta anche questo. C’è chi della propria divisa ne fa un abuso, come ovunque c’è la mela marcia e sono concorde nel punirlo adeguatamente secondo le leggi, ma non per questo bisogna augurare il male a tutti coloro che indossano una divisa. Perché io nonostante tutto non auguro del male a nessuno e mai lo farò, perché mi hanno insegnato il rispetto per la vita di tutti. Così, cara prof, ora vai e guarda negli occhi tuo padre e tuo marito/compagno/ fidanzato che sia (se ne hai uno), guardali negli occhi e cerca solo di immaginare cosa si possa provare: a sapere che tanta gente come te augura la morte a quegli uomini che per noi sono la vita.”

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