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“Cara Calabria”: una lettera per raccontare il dolore dei giovani che lasciano l’Italia

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“Ma che ci fai qui in Italia? Dovresti provare a fare carriera in qualche altro Paese”. Sono molti i giovani che da genitori, professori o colleghi si sentono dare questo doloroso consiglio, un monito che viene pronunciato quasi con leggerezza, come se la scelta di lasciare la propria casa, la propria città, il proprio Paese fosse una mossa banale, scontata e da fare senza pensarci troppo su.

Tutti pensano che il XXI secolo con le sue opportunità di movimento e spostamento sia l’epoca delle grandi occasioni: perché dunque non coglierle al volo? Perché fa male, perché “addio” è sempre una parola dolorosa da pronunciare, perché casa sarà sempre casa e separarsene non è un’opportunità bensì un doloroso obbligo.

La sofferenza dei giovani che scelgono di cercare fortuna altrove non è sempre compresa: si scambia quel cambiamento per una scelta opportunistica e non una strada in cui si viene spinti a forza. Alessio, 21 anni, calabrese emigrante, prova a spiegare tutto ciò in una lettera aperta alla sua Calabria: il post, pubblicato su Facebook, è divenuto subito virale, premiato per la granda sensibilità con cui esprime il dolore di chi dice addio non per scelta ma per obbligo.

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Cara Calabria , sei riuscita a far scappare tanta gente. Mi piange il cuore per te, Calabria. Stai perdendo: i più onesti, i più sognatori, i più intelligenti, i più coraggiosi, i più lavoratori…
Prima di andarsene dicono tutti che sei diventata troppo stretta, troppo sporca, troppo incivile, troppo corrotta: invivibile. Sei invivibile Calabria, riesci a sentire il giudizio dei tuoi figli? Lo so, sarai sempre la loro mamma e le ferie trascorse da te sembreranno sempre troppo poche… Ma sai, Calabria, quando c’è di mezzo il futuro le tue “ricchezze” valgono ben poco. Offri del cibo buonissimo e dolci tra i più gustosi al mondo, che non riescono comunque a rendere meno amaro il magone in gola di chi deve rifarsi una vita altrove, ripartire da zero. Hai un mare immenso, spiagge da favola e panorami mozzafiato, che non riescono comunque a dare un lavoro. Quindi, non mi illudo, so che le tue ricchezze non riusciranno a rendere meno triste le partenze. Il tuo sole 365 giorni l’anno, i tuoi caffè sempre offerti e l’allegria dei tuoi figli non riusciranno mai e poi mai a rendere meno dolorosa la sua mancanza. Sono troppo arrabbiato con te Calabria, li lasci andare via tutti così facilmente… Continuando così resterai sola. Se ne andranno tutti. Non lamentarti dei troppi immigrati, probabilmente, tra qualche anno, saranno gli unici disposti a fermarsi da te, oltre ai pochi fortunati che riusciranno ad arrivare alla pensione. Probabilmente, tra non molto, sarai data in pasto a quei quattro imprenditori mafiosi che vogliono comprarti. Probabilmente sarai la casa dei figli di papà, quelli che non hanno bisogno di trovare un lavoro e per questo affermano che non ti lasceranno mai, che loro sono calabresi nel cuore e nel sangue. Eppure senza lavoro non avrebbero mai potuto permettersi le vacanze nel tuo limpidissimo mare. Eppure senza stipendio, senza diritti, senza futuro, con l’amaro in bocca, credimi, i tuoi dolci non sembrano più così tanto gustosi. Perché tu lo sai, c’è una cosa che per noi viene sempre prima di tutto: la famiglia. E quando c’è da sacrificarsi per mantenerne o costruirne una, i calabresi sono così forti da riuscire a spezzarsi letteralmente in due: il cuore a casa, la mente e le mani altrove, sul posto di lavoro. Qualsiasi lavoro: operaio, cameriere, cuoco, lavapiatti è comunque più dignitoso di quello che tu puoi offrirci. E non importa se si parte per Londra, Milano, Venezia, Berlino, Roma, Bristol, AMERICA; non importa se quel lavoro lo si trovi in Danimarca, Svizzera, Belgio, Piemonte… per noi calabresi si tratterà sempre e solo di “andare al vivere al nord”.
Sappi, Calabria , che si tratterà sempre e solo di lavoro e di denaro, quel lavoro che al nord riesce a farli sentire tutti più dignitosi, più orgogliosi; quel denaro che da te circola nelle mani di troppe poche persone: quelli che non lo meritano, quelli che sfruttano, quelli che hanno ereditato, quelli che non si disperano. Come faccio a spiegarti il mio stato d’animo, Calabria? Non posso. Nessuna parola sarebbe mai in grado di spiegare che cosa si prova a veder partire e sentire, ogni volta, un pezzo di cuore in meno.
Con affetto. Un altro calabrese che scappa!