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Il dolore delle madri, l’altra faccia dell’Isis

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In questi ultimi giorni sono davvero molte le notizie che rimbombano da giornali a siti web su ciò che è accaduto durante gli attentati di Parigi e sulle decisioni che i potenti della terra prenderanno per difenderci dal terrorismo. Diciamo che le bombe hanno aperto le orecchie anche a chi distratto non si era mai accorto che la guerra è nei nostri giorni.

I combattenti dell’Isis, i terroristi, i taglia gola e senza anima sono i nemici di questa guerra e assieme a questa certezza ben poco si sa su di loro. Proprio alla luce di questo, un reportage molto particolare riportato da Huffington Post  e pubblicato su Higtline, ha colpito la nostra attenzione, si intitola “Le madri dell’ISIS“.

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La storia di chi quei ‘guerrieri del male’ li ha tenuti in grembo per nove mesi, li ha partoriti e iniziati , in alcuni casi ad una fede islamica che queste madri non riconoscono più,  quando a diffonderla a suon di macete sono i loro figli.  Madri comuni, che fanno la spesa, lavorano e che un giorno hanno visto i loro figli partire, ma per andare a morire come combattenti.

Vengono i brividi a pensare soltanto alla disperata rassegnazione di queste donne, di fronte alla decisione dei loro figli. Non una parola, non una carezza sarà riuscita a distoglierli dalla loro ‘nuova’ ragione di vita.

Chedonna.it vi regala alcuni tra i passi più belli del reportage, per conoscere meglio la storia di queste madri e trovare qualche spunto di riflessione.

Quelle madri potremo essere noi, quando scopriamo che un figlio si è arruolato nell’esercito dell’eroina, dell’alcool, della malavita organizzata. Stringiamole a noi, per non farle sentire sole e fallite, perchè ai figli diamo la vita ma poi diventano del mondo.

Le storie di  Christianne, Karolina, Torill e Saliha madri di  combattenti dell’Isis

Il reportage di Highline, inizia con il racconto di Christianne Boudreau :

Nell’aprile scorso sono andata a Calgary a trovare Christianne Boudreau, e in quell’occasione lei mi ha raccontato quelle che erano state le sue grandi speranze all’epoca in cui Damian aveva scoperto l’Islam.  Il suo primo marito aveva abbandonato la famiglia quando Damian aveva appena dieci anni, e da allora il ragazzo si era ritirato nel suo computer, sentendosi esasperato ed escluso dal mondo. A diciassette anni aveva tentato il suicidio, trangugiando dell’antigelo. 

Ma poco dopo esser stato dimesso dall’ospedale Damian aveva annunciato alla madre di aver scoperto il Corano. E anche se la Boudreau l’aveva cresciuto come un cristiano, lei aveva accolto di buon grado la sua conversione.

“Lo aveva reso più concreto, una persona migliore”, rammenta. Ma intorno al 2011 la Boudreau cominciò a notare dei cambiamenti in suo figlio…Poi nell’estate del 2012 si trasferì in un appartamento in compagnia di alcuni nuovi amici musulmani, proprio al di sopra della moschea nel centro di Calgary dove andavano tutti insieme a pregare.

Ma a novembre Damian lasciò il Canada, informando sua madre che si sarebbe trasferito in Egitto per studiare arabo e diventare un imam. Con sua grande angoscia, la Boudreau finì molto presto per perderne i contatti. Il 23 gennaio 2013 la signora Boudreau si trovava a casa in malattia per dei problemi alla schiena quando due uomini bussarono alla sua porta. Le spiegarono di essere degli agenti dei servizi segreti canadesi. Le dissero che Damian non si trovava in Egitto, che era arrivato fino in Siria in compagnia dei suoi compagni d’appartamento, e che si era unito alla branca locale di al Qaeda, Jabhat al-Nusra.

Gran parte dei giovani che scappano di casa per andare a unirsi ai gruppi radicali in Siria compiono il takfir — cioè tagliano ogni contatto coi non-credenti che si frappongono fra loro e la jihad, inclusi i propri genitori…dal mese di febbraio Damian aveva preso a chiamare la madre ogni due o tre giorni, prevalentemente quand’era di guardia.

Intorno alla primavera del 2013 le loro conversazioni si fecero sempre più strazianti. “Tu provi a convincerli a tornare a casa, li supplichi e implori, poi cerchi di avere una conversazione normale”, rammenta la Boudreau. “Dopodiché ricominci a supplicare e a implorare”.

La sera del 14 gennaio 2014 un reporter telefonò alla signora Boudreau avvertendola di un tweet secondo il quale la condanna a morte di Damian era stata eseguita dall’Esercito siriano libero nella località di Haritan, appena fuoriAleppo“.

Christianne si mette in contatto con Daniel Koehler, un esperto tedesco di deradicalizzazione, per cercare di trovare un motivo per capire e andare avanti. Insieme fondano Hayat Canada e Mothers for Life ,  per aiutare i genitori della gioventù radicalizzata.

Attraverso questa organizzazione conosce la seconda mamma di cui parla il reportage Karolina Dam, che racconta la sua eperienza con il figlio Lukas:

Lukas era stato un bambino chiuso in se stesso, e le sue interazioni sociali si concludevano spesso con situazioni di conflitto. Quando aveva dieci anni gli era stata diagnosticata la sindrome di Asperger e un disturbo da deficit d’attenzione, ma nel corso dell’adolescenza i suoi problemi si erano fatti più gravi. Fu fermato mentre guidava un motorino rubato; sottrasse l’anello di fidanzamento della madre di un amico. E la signora Dam sospettò che si fosse unito a una gang.

Poi però il periodo buio s’interruppe. A Lukas era stato offerto un apprendistato in un garage locale, dove la maggior parte degli impiegati era musulmana. Loro presero il ragazzo e lo introdussero alla loro religione. Che si fosse convertito la Dam lo scoprì solo qualche mese dopo, quando si rese conto che durante il giorno suo figlio non mangiava. Stava osservando il Ramadan…un giorno lui tornò a casa in lacrime, sconvolto dal fatto che lei non avrebbe potuto raggiungerlo in paradiso, a meno che non si fosse convertita all’Islam.

Lukas non aveva subito una trasformazione completa. Spesso era ancora arrabbiato; tirava dei pugni che lasciavano dei buchi nei muri della sua stanza. Così, preoccupata da ciò che avrebbe potuto fare, la signora Dam si mise in contatto con degli assistenti sociali e lo fece ricoverare, ma Lukas fuggì. Cominciò a vivere di appartamento in appartamento in città a Copenhagen, in compagnia di altri tre suoi compagni islamisti, tutti più vecchi di lui.

Nel maggio 2014, non appena Lukas compì diciotto anni, scomparve nel nulla. Pochi giorni dopo telefonò alla madre dal confine turco, dicendole che aveva bisogno di una vacanza. “Avevo paura”, ricorda la Dam. “È ancora un ragazzo, è ancora vulnerabile, è ancora manipolabile. E il fatto d’esser partito per conto proprio, senza salutare o altro, è roba spaventosa! Se un ragazzo non saluta sua madre c’è qualcosa che non va”. 

Nei mesi seguenti alla partenza di Lukas, lui si tenne in contatto costante. “In un certo senso non voleva lasciarmi andare”, spiega la Dam. Lui le raccontò che stava lavorando nei campi per rifugiati in Turchia, occupandosi dei vestiti, del trasporto dell’acqua, di preparare da mangiare. Ma stando a Jakob Sheikh, un giornalista danese che su Lukas e altri jihadisti danesi sta scrivendo un libro, in seguito avrebbe attraversato il confine con la Siria per andarsi a unire ad Ahrar al-Sham, una fazione islamista nella provincia di Idlib.

Alla fine di settembre Lukas rimase in silenzio. Anche se la Dam non aveva modo di saperlo, è intorno a questo periodo che la leadership di Ahrar al-Sham era stata annientata durante un attacco dell’ISIS, e nel caos che seguì Lukas si unì allo Stato Islamico. Quando poi riemerse, due mesi più tardi, la Dam tentò di convincerlo a tornare a casa chattando su Viber.

La Dam volle insistere: “Devi farmi sapere quand’è che torni a casa”.

“Non posso fartelo sapere perché non lo so!”.

Quella fu la loro ultima conversazione. La notte del 28 dicembre 2014, rammenta la signora Dam, Adnan Avdic — uno degli amici musulmani di Lukas a Copenhagen,  suonò al suo campanello…dicendole che Lukas era stato ferito. “In quel preciso istante”, spiega la signora Dam, “seppi che era morto”“.

Un’altra madre dell’Isis, si mette in contatto con Karolina, è Torill, che ha perso suo figlio Thom Alexander che i suoi compagni islamici chiamavano Abo Sayf al Muhajir, che racconta:

Quando sono andata a trovare Torill nel suo appartamento di Halden, una cittadina costiera centoventi chilometri a sud di Oslo, erano trascorsi esattamente due mesi dalla morte di Abo Sayf. Fra tutte le madri che ho incontrato, la sua perdita è quella più recente. Ma lei ha avuto a stento modo di riflettere su quanto accaduto a suo figlio, perché quella stessa cosa ha minacciato di consumare anche la vita delle sue figlie.

Nel momento in cui Torill, una donna bionda e minuta dai tratti del viso delicati, mi ha raccontato la storia di Thom Alexander, i contorni della sua vicenda mi risultavano ormai già familiari. C’era la figura assente del padre, morto per overdose di eroina quando Thom Alexander aveva appena sette anni. All’età di quattordici anni al figlio era stato diagnosticato un disturbo da deficit di attenzione e iperattività; ed era appena ventenne quando fu arrestato per reati minori, ed entrava e usciva dalla riabilitazione per la sua dipendenza da droghe via via più pesanti. Ci fu perfino una volta in cui fu pronunciato clinicamente morto.

Poi un giorno, nello spogliatoio della palestra, Thom Alexander trovò una copia della shahāda, la dichiarazione di fede musulmana, e divenne un uomo nuovo. Lasciò l’eroina e prese a telefonare alla madre; ottenne un lavoro all’asilo e si sposò una bella ragazza marocchina. “Era come avere un nuovo figlio, un bravo figlio”…

All’epoca la guerra in Siria era sulle pagine di tutti giornali, e Thom Alexander trascorreva le sue giornate organizzando raccolte di vestiti per i rifugiati. Torill fece promettere al figlio che non sarebbe partito per la Siria. Ma non gli ci volle molto prima che divorziasse dalla prima moglie per sposare una somala che insisteva affinché si trasferissero in un Paese musulmano.

Nella primavera del 2014 a Torill fecero visita degli uomini della PST, l’agenzia dell’intelligence norvegese. Secondo quanto riferisce Torill, gli agenti le dissero di sospettare che Thom Alexander fosse diventato membro dell’Umma del Profeta, un gruppo estremista con base a Oslo, e che stesse progettando di lasciare la Norvegia per andarsi a unire allo Stato Islamico.

L’ultima volta che vide Thom Alexander era il 26 giugno 2014. Lui venne a casa sua per fare la pizza, vestito con abiti occidentali e la barba rasata…Torill aveva sentito dire che anche questa era una delle cose che i giovani fanno subito prima di partire per la Siria.

Quando Thom Alexander se ne andò da casa, a prenderlo e ad accompagnarlo all’aeroporto furono gli uomini dell’Umma del Profeta. Di tanto in tanto Thom Alexander chiamava casa, e mandava dei messaggi via Facebook alla madre. Le raccontò che guidava un camion a Raqqa, la capitale dello Stato Islamico…A fine marzo Ubaydullah Hussain, leader dell’Umma del Profeta, telefonerà a Torill per dirle che Thom Alexander è morto“.

L’ultima storia narrata racconta di Saliha:

La Ben Ali, una donna rotonda dagli occhi color cioccolato nei quali si legge tutto il suo dramma interiore, è musulmana, ma indossa dei pantaloni da paracadutista ed è a capo scoperto. Tutti e quattro i suoi figli sono nati in Belgio. “Pratico il mio Islam con discrezione”, mi spiega la signora Ben Ali durante il nostro primo incontro, a primavera. Ma quella pratica discreta al suo secondo figlio, Sabri, non bastava. Nell’agosto del 2013 lui se ne andò da casa senza dire una parola. Quattro giorni più tardi inviò alla Ben Ali un messaggio via Facebook: “Mamma, sono in Siria, e un giorno ci ritroveremo insieme in paradiso”. Per mesi lei ha provato a ragionarci. “Affinché si possa parlare di Jihad ci sono sette condizioni”, mi spiega. “Per me la guerra in Siria non è una jihad… è una guerra civile”. I suoi sforzi erano in linea coi consigli di Koehler — cioè adoperare la teologia musulmana per riuscire ad aggirare la loro programmazione. Ma Sabri non si era mostrato minimamente ricettivo. Dopo che venne ucciso, il vicino musulmano della Ben Ali a Bruxelles andò a trovarla a casa, e le disse: “Tuo figlio è un martire. Ora chiudi la porta e non parlare maipiù di lui”. Lei gli rispose che non avrebbe mai smesso di parlare di Sabri, e il vicino tagliò tutti i ponti con lei”.

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