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Sperimentazione sugli embrioni: la Corte di Strasburgo dà ragione all’Italia

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Per una volta la Corte europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo dà ragione all’Italia. Questa volta sulla sperimentazione sugli embrioni.

Embrione (Thinkstock)
Embrione (Thinkstock)

Da CheDonna.it le ultime notizie sulla sentenza della Corte di Strasburgo che dà ragione all’Italia in tema di ricerca sugli embrioni.

Embrioni: Strasburgo dà ragione all’Italia

La sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, che era stata chiamata a pronunciarsi sul divieto di sperimentazione sugli embrioni, stabilito dall’articolo 13 della legge n.40 del 2004 sulla fecondazione assistita, ha dato ragione all’Italia, respingendo il ricorso presentato da una donna italiana.

Il ricorso alla Corte di Strasburgo contro l’Italia era stato presentato da Adelina Parrillo, vedova di una delle vittime dell’attentato di Nassirya del 2003. La donna insieme al compagno si era sottoposta nel 2002 alla fecondazione assistita, con la quale erano stati prodotti 5 embrioni poi congelati e mai più impiantati a causa della morte dell’uomo nel terribile attentato.

La donna aveva così deciso di donare gli embrioni alla ricerca scientifica, ma donazione è stata prima rifiutata poi impedita dalla successiva legge n.40 del 2004, che all’articolo 13 vieta la sperimentazione scientifica sugli embrioni. La donna aveva fatto ricorso e dopo la giustizia italiana si era infine rivolta alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) di Strasburgo, alle cui decisioni il nostro Paese è soggetto in virtù della firma e della ratifica della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre del 1950 ed entrata in vigore in Italia il 10 ottobre 1955.

La sentenza dei giudici di Strasburgo era attesa per oggi e per una volta non ha condannato il nostro Paese, come è invece accaduto più volte negli ultimi tempi, recentemente con la pronuncia sulle unioni omosessuali, bensì ha dato ragione all’Italia respingendo il ricorso di Adelina Parrillo. La Corte ha stabilito che l’Italia non ha violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo per non aver permesso ad Adelina Parrillo la donazione a scopo scientifico degli embrioni ottenuti attraverso la fecondazione in vitro, come invece aveva lamentato la ricorrente. I giudici hanno poi aggiunto che non può essere dimostrato che il compagno della donna, morto a Nassiriya, avrebbe acconsentito alla donazione degli embrioni alla ricerca scientifica.

Si tratta di una materia molto delicata e complessa. I giudici di Strasburgo con la loro sentenza hanno voluto riconoscere al nostro Paese un’ampia libertà sulla regolazione della questione della sperimentazione sugli embrioni umani, sulla quale comunque le leggi europee divergono.

La Corte europea ha anche affermato che con la legge n 40/2004 le autorità italiane “hanno preso in considerazione l’interesse dello Stato nel proteggere l’embrione e l’interesse degli individui coinvolti”. La novità di questo caso sta comunque nel fatto che i giudici di Strasburgo hanno riconosciuto per la prima volta che la decisione sulla sorte di un embrione riguarda la vita privata di una persona.

Nel frattempo un’altra decisione sulla questione è pendente davanti alla Corte Costituzionale italiana, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale del divieto di donare embrioni umani alla ricerca scientifica. La Consulta aveva sospeso il suo giudizio sulla legge n. 40/2004 proprio in attesa della pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo.