Srebrenica: 20 anni dal genocidio che sconvolse l’Europa

Una donna piange nel cimitero delle vittime del genocidio di Srebrenica (DIMITAR DILKOFF/AFP/Getty Images)

Oggi, 11 luglio 2015 si commemorano i 20 anni del genocidio di Srebrenica, compiuto durante la guerra di Bosnia (1992-1995). Si tratta del più grave massacro in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.

Una donna piange nel cimitero delle vittime del genocidio di Srebrenica (DIMITAR DILKOFF/AFP/Getty Images)
Una donna piange nel cimitero delle vittime del genocidio di Srebrenica (DIMITAR DILKOFF/AFP/Getty Images)

I fatti avvennero al culmine di tre anni di assedio, quando la città bosniaca di Srebrenica, che era stata dichiarata zona protetta dalle Nazioni Unite, durante la guerra nella ex Jugoslavia e che si era quindi riempita di profughi, fu conquistata dall’esercito serbo bosniaco guidato dal generale Ratko Mladic, soprannominato il boia di Srebrenica.

Il precipitare della situazione in Jugoslavia agli inizi degli Anni ’90 aveva portato allo scoppio di diverse guerre nel Paese, tra serbi, croati e musulmani. Tre etnie e tre diverse confessioni religiose che avevano convissuto per decenni sotto un unico Stato, quello della Jugoslavia socialista, ma che dopo il crollo del Muro di Berlino aveva iniziato a sfaldarsi. Il risorgere dei nazionalismi, ma anche di interessi politici ed economici, aveva spaccato le tre etnie che fino a quel momento erano vissute in pace, portando alle dichiarazioni di indipendenza di croati prima e bosniaci musulmani poi a cui i serbi che non volevano le smembramento della Jugoslavia reagirono con la guerra. Dopo quella croata, nella primavera del 1992, il 5 aprile, ebbe inizio l’assedio di Sarajevo da parte dei serbi. Nei mesi precedenti il governo bosniaco, a seguito di un referendum popolare,  aveva dichiarato l’indipendenza della Bosnia Erzegovina dalla Jugoslavia. Fu l’assedio più lungo della storia moderna, durato ben tre anni, durante i quali la popolazione della città visse costantemente sotto il tiro dei cecchini ed isolata dal resto del mondo. Solo grazie ad un ponte aereo prima e ad un tunnel scavato sotto la città poi fu possibile portare a Sarajevo aiuti umanitari.

Insieme alla capitale della Bosnia Erzegovina, da sempre nota come la Gerusalemme d’Europa per la convivenza di più religioni, cristiano cattolica, cristiano ortodossa e musulmana, fu sconvolto anche il territorio circostante. I serbi di Bosnia attuarono massacri contro la popolazione civile musulmana (i bosgnacchi) che ricordano quelli compiuti dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Omicidi di massa, torture, stupri. E l’espressione pulizia etnica, che ritornava nel cuore della civile Europa. Il culmine della barbarie fu compiuto quando la guerra stava ormai per finire, nell’estate del 1995, quando le truppe serbo-bosniache comandate dal generale Ratko Mladic, ora sotto processo al Tribunale penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra, entrarono a Srebrenica, dopo tre anni di assedio.

Srebrenica è una piccola città della Bosnia orientale di poche migliaia di abitanti che durante la guerra vide decuplicare la sua popolazione perché le Nazioni Unite superficialmente la dichiararono zona protetta. Così molti profughi provenienti da tutta la Bosnia confluirono sulla città, finché rimasero bloccati, circondati dai serbi. Profughi e popolazione vissero anni di orrore, ammassati in un territorio piccolissimo, con poco cibo, poca acqua e pochi medicinali, in pessime condizioni igieniche e sotto il tiro costante dei cecchini serbi. I caschi blu dell’Onu che erano sul posto non furono in grado di aiutare né salvare la popolazione. Sia perché numericamente inferiori ai serbi sia perché privi del mandato di usare le armi. Una disorganizzazione e un’incapacità di gestire la situazione, o meglio una volontà di non gestirla, che pesa ancora come una gravissima colpa sulle Nazioni Unite.

Il 9 luglio del 1995 l’esercito di Mladic entrava a Srebrenica, conquistando la città dopo tre anni di assedio, nell’impotenza dei caschi blu olandesi che non poterono fare nulla e in alcuni casi si ressero perfino complici degli assassini. Dopo aver incontrato la popolazione di Srebrenica e averla rassicurata, Mladic ordinava ai suoi soldati di separare le donne, i bambini e gli anziani dagli uomini adulti. Da quel momento i serbi iniziarono il folle e feroce massacro di tutti gli uomini musulmani dai 15 ai 65 anni di età, ma anche ragazzi più piccoli furono uccisi. Uno sterminio di massa a cui seguì lo smembramento dei cadaveri e il loro seppellimento di diverse fosse comuni della zona, per impedire ai familiari di ritrovare i cadaveri dei loro cari. Oltre 8.000 uomini bosniaci furono uccisi in pochissimi giorni, mentre molte donne subirono stupri e torture.

Una delle pagine più buie della storia europea, sicuramente la più buia di quella recente e sulla quale purtroppo non c’è ancora una memoria condivisa. I serbi rifiutano di chiamare il massacro per quello che è stato: un genocidio. E la stessa Russia, alleata dei serbi, si è recentemente opposta in sede Onu ad usare il termine di genocidio per quello accaduto a Srebrenica. La guerra terminò nel novembre del 1995 con gli accori di pace di Dayton negli Stati Uniti, quando gli Usa intervennero per fermare il massacro. Ma era troppo tardi, le ragioni politiche e di Stato, le alleanze e le ostilità tra nazioni e le strategie geopolitiche avevano impedito alla comunità internazionale di intervenire per tempo, lasciando che accadesse davanti agli occhi del mondo il più terribile massacro dopo la Seconda guerra mondiale, quando l’Europa aveva detto: mai più. Un mai più che non è stato promesso.

Oggi, in occasione del 20° anniversario del genocidio di Srebrenica, significative sono le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che in una nota ha scritto: “Il genocidio di Srebrenica è la tragedia umana più grave che si è consumata in terra europea dopo la fine della seconda guerra mondiale. Fu una sconfitta dell’umanità, il cui peso morale e politico grava ancora sulla comunità internazionale per l’incapacità di prevenire i conflitti che dilaniarono la Jugoslavia, con le tremende atrocità che li caratterizzarono, e di attuare strategie in grado almeno di arrestarli e di salvare vite umane”.

Analoga condanna è stata espressa anche dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi che ha parlato di “responsabilità politiche” per il genocidio di Srebrenica. “Ci sono molte responsabilità , innanzitutto politiche, per quello che è successo nel Balcani 20 anni fa – scrive Renzi – la mia generazione è cresciuta avendo negli occhi quel dolore e quella strage. Ci siamo detti allora, mai più permetteremo che questo succeda qui a casa nostra. Per questo una parte del nostro impegno politico è nato lì, in Bosnia, a Sarajevo, a Srebrenica”.

Oggi a Potocari, vicino Srebrenica, nel memoriale dove sono sepolte le vittime di quel genocidio – i cadaveri di molti non sono ancora stati trovati – si tiene come ogni anno la cerimonia di commemorazione di quella tragedia, con la sepoltura degli ultimi corpi ritrovati. In occasione del ventennale, moltissime sono le personalità venute da tutto il mondo. Per l’Unione europea è presente l’Alto Rappresentante della politica estera Federica Mogherini, per lo Stato italiano la presidente della Camera Laura Boldrini. Ci sono anche l’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton con il Segretario di Stato dell’epoca, Madeleine Albright.

Durante la cerimonia il presidente della Serbia Vucic, che aveva voluto essere presente, è stato contestato con un lancio di sassi e ha dovuto abbandonare la commemorazione.