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CINEMA: Intervista a Sergio Castellitto, regista del film “Nessuno si salva da solo”

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Roma:  presentazione del film  film "Nessuno si salva da solo"

Come è nata questa sua terza trasposizione per il cinema di un romanzo di Margaret Mazzantini dopo “Non ti muovere” e “Venuto al mondo”?

Mi sono convinto nel tempo che il poter contare sulla letteratura e sul teatro come base drammaturgica rappresenti per il cinema una fonte inesauribile di storie, psicologie, relazioni e racconti, tutto il grande cinema americano, ad esempio, ha sempre attinto a queste fonti con risultati eccellenti, basti pensare ad Hitchcock). Ho avuto la fortuna di avere sposato un grande scrittore italiano come Margaret Mazzantini che sa raccontare delle storie.  L’idea della trasposizione in cinema del libro è cominciata solo un anno fa, quindi molto tempo dopo l’uscita del romanzo. Ci sembrava che il racconto, i personaggi, conservassero una contemporaneità piuttosto forte. Ho chiesto a Margaret di scrivere una sceneggiatura, in effetti l’ho scongiurata, perché lei ha sempre poca voglia di scrivere per il cinema…

Che tipo di intesa e di affinità creativa esiste con sua moglie?

La sua scrittura è straordinariamente visiva ma rimanda a relazioni e rapporti umani profondi e io credo da sempre ad un cinema che punti sull’umanità, fatto di storie e di personaggi. Margaret è preziosa in fase di sceneggiatura e lo è anche quando arriva sul set, che frequenta poco ma quando c’è la sua presenza è eccezionale, è lei che conserva i “file” emotivi, drammaturgici, le psicologie fondamentali, insomma, una sorta di memoria storica, l’hard disk emozionale del progetto. Il suo apporto è decisivo poi anche nella fase del montaggio, chi sa scrivere così bene sa anche costruire, montare e rimontare e in ogni fase creativa per me il confronto con lei è fondamentale, è come parlare con me stesso, è come un altro me.

content_schermata_02-2457073_alle_18_40_14Che tipo di approccio ha avuto verso il romanzo?

Ho cercato di introdurre un elemento di commedia, piuttosto “arrabbiata”, in un romanzo acido e lucido, il più contemporaneo che Margaret abbia mai scritto, e con questo termine intendo qualcosa di diverso da “moderno”, penso a qualcosa che accade contemporaneamente alla nostra vita ma anche a qualcosa di universale in cui si possono identificare sia le generazioni più adulte – che riconoscono nei conflitti, nell’amore e nel disamore qualcosa che è successo anche nelle loro vite – sia quelle più giovani che se non riconosceranno qualcosa di già accaduto percepiranno però che si tratta di qualcosa che forse li riguarderà in futuro. In questo senso quella formata da Delia e Gaetano è una coppia che incarna un amore che appartiene ed apparterrà a tutti per la capacità che il libro e il film, spero, hanno di raccontare qualcosa di intimo e personale che è anche molto universale.

Come vi siete rapportati alla sceneggiatura?

Una sceneggiatura non può dirsi mai davvero finita, non ricordo quale filosofo diceva che un giardino finito è un giardino morto.. Un copione deve essere tecnicamente compiuto nel numero di scene e nei vari “colpi di teatro” ma nell’“officina” del set, in un film come questo che punta molto sugli attori tutto quello che è nella “gabbia” è anche soggetto continuamente a modifiche. Abbiamo fatto una prima scelta di argomenti e situazioni rispetto al libro, poi mi sono accorto che Margaret aveva finito con lo scrivere una sceneggiatura “altra”, estremamente indipendente anche se naturalmente figlia del testo originario. Strada facendo abbiamo puntato sulla creatività del momento anche in fase di riprese, abbiamo “rivoltato” alcune scene che in un primo tempo avevano un senso e poi ne hanno acquistato un altro.

Che cosa si racconta in scena?

Il filo conduttore è la cena estiva in un ristorante romano della coppia dei due protagonisti, Delia e Gaetano. Su quel tavolo c’è quello che resta del loro amore e quello che rimpiangono. Si sono amati, ma non sono stati capaci di durare nel tempo. Pensavano di trovare nell’altra persona tutto quello di cui avevano bisogno e ora di fronte alla scoperta della fine del loro amore non ci stanno e quel ristorante in cui si confrontano spietatamente li fa diventare uno lo psicanalista dell’altro: alla fine si diranno “non ce la faccio a pensare che tutto questo è finito” ma pronunceranno una battuta ritenuta impronunciabile: “Non ti amo più”. Rifacendo i conti con il loro passato Delia e Gaetano proveranno a capire perché non ce l’hanno fatta a stare insieme, a rispettarsi, a crederci e arriveranno a una sorta di insperata pacificazione in occasione del loro ritorno a casa. Avverrà dopo aver l’incontro con una eccentrica coppia di anziani vicini di tavolo (Roberto Vecchioni e Angela Molina): l’incontro con quei due matti mi piace molto, in fondo sono due esseri umani “alla fine del corridoio” e l’uomo con poche parole insegnerà ai due giovani che lui e la moglie alla loro età ce l’hanno fatta e forse riuscirà a suggerire anche a loro una possibilità, una soluzione Quando i due giovani si lasciano sotto casa dove ora vive solo lei, resta il dubbio: sono arrabbiati per la fine della loro storia, anche perché non ne capiscono veramente la ragione, sono inadeguati e incapaci di resistere ma troveranno di nuovo il desiderio di continuare a parlarsi, cercarsi, magari sfottersi, e ancora desiderosi di voltarsi a guardare la nuca dell’altro che se ne va. Ho girato un finale diverso da quello del libro, ne ho scelto uno che esprime dolcezza e un desiderio di futuro, sono convinto che l’arte ci possa far soffrire ma che da qualche parte ci debba anche premiare: mi piace il lieto fine, quello che abbiamo scelto è un po’acido e nervoso ma la porta, più che ne libro, è semiaperta, non la chiudo mai completamente, il pubblico scriva l’ultima riga…

Come definirebbe il film?

Credo che il film abbia molti livelli… è un racconto sulla creatività e sulla frustrazione della creatività, (lei ha scelto un mestiere creativo come quello della nutrizionista, lui vorrebbe  fare lo scrittore… è una riflessione sull’erotismo che tra Gaetano e Delia è fondamentale, ma non ho escluso la commedia, il paradosso tragicomico delle relazioni amorose spesso in bilico tra rabbia e sberleffo, e poi alla fine, molto semplicemente una storia d’amore. Lo considero anche un film politico perché non c’è niente di più politico della nostra intimità, raccontiamo l’amore ai tempi della crisi perché in fondo l‘unica cosa che vivendo in una comunità ci dovrebbe tenere in vita sono le relazioni e i conflitti con gli altri. E’ questa la nostra guerra quotidiana, in questo mondo circondato da guerre atroci. è una storia politica perché mettendo il naso fuori casa, (ma anche in casa…), tutti noi ci incontriamo per interagire, confliggere o armonizzarci, tutti noi abbiamo rapporti con gli altri che interagiscono con il nostro lavoro, la nostra sessualità,. “Nessuno si salva da solo” dice l’anziano vicino di tavolo ai due protagonisti lasciando queste parole un po’ sospese e che forse sul momento Gaetano e Delia neanche capiscono. Sembra l’illustrazione di un principio al quale spesso ci si sottrae: aiutare chi ha bisogno anche a costo di intromettersi. Succede che intromettersi sia un dovere, il titolo vuol dire che dobbiamo fare tutti i conti con la solitudine e che possiamo uscirne solo se riusciamo a confrontarci con gli altri, magari armando un conflitto. Nessuno però può chiudersi dentro un cerchio magico e rifiutare l’aiuto, siamo chiamati tutti a farci gli affari degli altri e speriamo che qualcuno si faccia anche i nostri… perché questo significherà aiutare ed essere aiutati”.

Come si è trovato con i suoi attori, è soddisfatto del loro lavoro?

Ho scelto esattamente gli interpreti che volevo, ho selezionato ognuno di loro con l’intenzione di trovare delle figure che mi piacessero come attori ma anche per la loro sostanza umana: credo di intendermi di recitazione e di direzione di attori e in un film come questo che è fatto di parola la recitazione rappresenta il più grande effetto speciale. Sì, quello di questo film è un cast di cui vado molto fiero, mi sono divertito molto, non mi sono mai accontentato e credo che tutti abbiano dato il meglio di loro sorprendendosi a fare qualcosa che non si aspettavano di saper fare, trovando un modo di mettersi in gioco in maniera più “pericolosa”, al di là del primo luogo comune che ti viene in mente. Gli attori in genere tendono sempre a rifare quello che sanno fare ma se vengono messi in condizioni di cercare altro possono trovare un modo alternativo, qualcosa che non pensavano di essere in grado di fare. Riccardo e Jasmine sono stati molto coraggiosi. Hanno dato ai loro personaggi l’energia che cercavo, si sono prodigati con una disponibilità eccezionale rendendo adorabili due caratteri che all’origine forse proprio adorabili non sono. Sono entrambi perfetti, danno vita a due straordinarie “silohuettes contemporanee”. Mi hanno dato quello che volevo, sono stati generosi, hanno accettato questa sfida psicologica con molto coraggio e talento” Anche perché io non mi sarei certamente accontentato delle loro briciole…