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Mamme lavoratrici: l’Italia regredisce

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L’Istituto nazionale di statistica, Istat, ha pubblicato un volume dal titolo “Avere figli in Italia nel 2000” nel quale ha reso noto alcuni dati piuttosto sconcertanti su come cambia la vita di una donna che lavora dopo la nascita del primo figlio.

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L’indagine ha considerato le donne che hanno avuto un figlio nel 2000/2001, nel 2003 e nel 2009/2010, per mettere in relazione le dinamiche riproduttive con la partecipazione della donna al mercato del lavoro.

Dall’indagine è emerso che nel 2005, il 18% delle donne che lavoravano al momento della gravidanza hanno perso il lavoro nei primi due anni del figlio, arrivando a quota 22,4% nel 2012. Una controtendenza che torna indietro di oltre 10 anni, se si considera che nel 2000, il fenomeno riguardava il 20% delle neomamme lavoratrici.

Il fenomeno presenta delle divergenze dal punto di vista territoriale e nel divario tra Nord e Sud. Al Nord e al Centro della penisola, il rischio di perdere il lavoro è più contenuto e riguarda circa il 16,3% delle neomamme che non hanno più lavoro dopo la nascita del primo figlio , mentre al Sud, riguarda ben il 33,9% delle donne.
Tra le cause: il 52,5% delle donne ha confermato di aver interrotto il lavoro, licenziandosi oppure sospendendo l’attività di lavoratrice autonoma, mentre una su 4 ha subito un licenziamento, una su 5 perché si era concluso il contratto di lavoro o la consulenza e il 3,6% dichiara di essere stata posta in mobilità.

In ogni caso vi è una differenza sostanziale in base al numero dei figli: ovvero, il 55,5% delle donne lavoratrici hanno interrotto la loro attività dopo la nascita del secondo figlio, laddove il 25% delle donne che hanno avuto un primo figlio sono state licenziate e il 23,3% delle primpare che hanno concluso il loro contratto di lavoro a tempo determinato.

Per poter continuare a lavorare, le mamme lavoratrici nel 51,4% dei casi si affidano ai genitori per i figli al di sotto dei due anni, il 37,8% ricorre all’asilo nido, mentre la babysitter interviene solo nel 4,2% dei casi.