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CARO AVVOCATO: ingiusto arricchimento di un coniuge in danno dell’altro

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casa-coniugale

L’avvocato Sara Testa Marcelli risponde:

Il Tribunale di Brindisi si è trovato ad affrontare una controversia, scaturita all’indomani di una separazione personale dei coniugi, mediante la quale un marito richiedeva indietro la casa coniugale, essendo la medesima stata acquistata dallo stesso ed intestata alla donna per ragioni puramente fiscali.

In caso di rigetto della domanda di revoca della donazione, il marito richiedeva l’esborso da parte della moglie di tutte le somme a suo tempo investite dall’uomo per la ristrutturazione dell’immobile, sul presupposto che le migliorie medesime avevano incrementato il valore dell’immobile, provocando un ingiusto arricchimento della donna.

Secondo il Giudice, poichè l’arricchimento ingiusto deve essere valutato in relazione al depauperamento del patrimonio di un coniuge che non trova giustificazioni nelle esigenze familiari di natura strodinaria, si ha ingiusto arricchimento se gli esborsi siano apprezzabilmente superiori alle condizioni economiche di chi li pone in essere oppure sproporzionati rispetto al tenore familiare complessivo.

 E dunque, l’eventuale incremento di valore, dovuto ad esborsi del convivente non proprietario, dell’immobile di cui beneficiano il coniuge o il convivente proprietario, non può essere giustificato dall’adempimento degli obblighi morali di convivenza o giuridici (di assistenza morale e materiale e di collaborazione) per la famiglia fondata sul matrimonio, soprattutto quando si tratta di spese “straordinarie” rispetto alle spese, abitualmente sopportate da una famiglia in base al tenore di vita.

Se pertanto gli esborsi siano apprezzabilmente superiori alle condizioni economiche di chi li effettua, oppure sproporzionati rispetto al tenore familiare complessivo, il venir meno della coabitazione, quale presupposto per una specifica destinazione dell’utilitas al bene familiare, giustifica la restituzione di quell’attribuzione patrimoniale indiretta o del suo equivalente monetario, proprio perché viene meno il dovere di adempiere un dovere giuridico o morale.