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CINEMA: Recensione del film “Maze Runner – Il labirinto”

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MAZE_CampB_70x100_BASSACon un’apertura che arriva quasi a sfiorare l’horror, abbiamo il giovane Thomas – ovvero il Dylan O’Brien della serie televisiva “Teen wolf” – che si risveglia all’interno di un ascensore che sta salendo lentamente, per poi ritrovarsi, non appena la cabina si ferma e le porte si aprono, in mezzo ad un gruppo di ragazzi che lo accolgono nella Radura, grande spazio aperto circondato da enormi mura di cemento.

Non c’è bisogno di avere paura, però, perché, con il protagonista che non ricorda nulla e non è assolutamente consapevole di dove possa trovarsi, tanto da non sapere neppure il suo nome, è dal primo libro – pubblicato nel 2009 ed entrato nella classifica dei bestseller del New York Times – della fortunata serie scritta da James Dashner che prende le mosse “Maze runner – Il labirinto” diretto da Wes Ball, proveniente dall’universo dei cortometraggi.

Tutt’altro che annoverabile, quindi, all’interno del filone cinematografico che ci ha regalato boogeyman del calibro di Freddy Krueger e dell’enigmista Jigsaw, la vicenda raccontata ricorda sotto certi aspetti il libro “Il signore delle mosche” di William Golding, ponendo la combriccola di cui sopra, ignara di come e perché sia arrivata nel posto, dinanzi alle gigantesche porte in cemento della Radura, che si aprono ogni mattina per poi richiudersi al tramonto.

Ma, man mano che al gruppo si unisce Teresa alias Kaya Scodelario, unica ragazza, sono anche la serie televisiva “Lost” e la saga “Hunger games” a tornare alla memoria; soprattutto dopo che si apprende che ogni residente della Radura ha un ruolo da svolgere, dal giardinaggio alle costruzioni, fino all’elite dei Corridori che mappano le mura del Labirinto che li tiene prigionieri e che muta configurazione ogni notte.

Corridori che lottano contro il tempo per coprire più terreno possibile entro la fine della giornata, quando il Labirinto si chiude ed i mortali Dolenti, creature biomeccaniche, vagano lungo i corridoi della possente struttura.

Creature biomeccaniche che, dai connotati di giganteschi ragni, contribuiscono a trasformare l’insieme in una avventura giovanilistica proto-“I Goonies”; mentre Thomas comincia ad intuire che esiste qualcosa, sepolto tra i suoi ricordi, che potrebbe rappresentare la soluzione ai misteri del Labirinto e al mondo che nasconde.

Fino all’epilogo lasciato ovviamente aperto di una movimentata fanta-pellicola che, riguardante la speranza e le potenzialità dello spirito umano, da un lato rischia di scadere nella monotonia a causa della ripetitività delle situazioni, dall’altro appare decisamente poco chiara per quanto riguarda le spiegazioni conclusive. Per capire meglio le quali, però, sarà probabilmente necessario attendere i prossimi tasselli del franchise.

Francesco Lomuscio