CARO AVVOCATO: mancato rispetto del diritto di visita ai figli

L’avvocato Sara Testa Marcelli risponde:

Una particolare ipotesi di responsabilità a carico del genitore può ravvisarsi nell’ipotesi in cui questi, non essendo affidatario della prole, ometta di esercitare il diritto di visita, che costituisce lo strumento giuridico attraverso il quale garantire la sussistenza del rapporto tra i figli e il genitore non affidatario.

Occorre difatti sottolineare che l’esercizio del diritto di visita del genitore non affidatario non è solo una facoltà ma anche un dovere, da inquadrare nella “solidarietà degli oneri verso i figli” degli ex coniugi; tale facoltà-dovere deve essere svolta nell’interesse dei figli, al fine di garantire la sussistenza del rapporto tra i figli ed i genitori non affidatari.

Il mancato esercizio può comportare la decadenza dalla potestà parentale, ai sensi dell’art. 330 c.c., e integrare gli estremi del reato di cui all’art. 570 c.p.; pertanto, l’esercizio della visita del non affidatario non è solo facoltà ma anche dovere, da inquadrare tra le posizioni dei componenti la famiglia e nella solidarietà che deve legarli nel gruppo, anche se i genitori siano separati o divorziati, oltre a costituire un obbligo verso l’altro genitore, espressione della solidarietà negli oneri per i figli.

Partendo dalla considerazione che il diritto di visita è configurato anche come dovere per il genitore non affidatario, da svolgere nell’interesse della prole, il mancato adempimento dello stesso può comportare, in primis, una responsabilità nei confronti dei figli, e poi dare luogo anche ad una responsabilità nei confronti del coniuge affidatario, in quanto “espressione di solidarietà negli oneri per i figli”.

Affinchè sussista responsabilità del genitore non affidatario, assenteista, nei confronti del figlio, è necessario che questi abbia subito un danno consistente per esempio nella lesione della sua serenità personale, o in un pregiudizio allo sviluppo della sua personalità, verificando che tale comportamento abbia inciso in maniera negativa sul corretto sviluppo della personalità del figlio.

Abbiamo gia’ parlato dei rumori in condominio o meglio delle conseguenze penali della attivita’ rumorose svolte da uno dei condomini nel proprio appartamento. La norma di riferimento e’ l’art. 659 c.p., che recita:
“Chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici, e’ punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a euro 309.
Si applica l’ammenda da euro 103 a euro 516 a chi esercita una professione o un mestiere rumoroso contro le disposizioni della legge o le prescrizioni dell’autorita’”.

Si tratta di un reato di pericolo presunto. Insomma non si punisce perche’ c’e’ stato un danno ma perche’ potrebbe esserci pericolo del danno medesimo. Noi non siamo d’accordo con questa impostazione parafascista del diritto penale. Quando affrontammo quest’argomento ponemmo un esempio per spiegare l’assurdo di una norma che punisce un reato senza vittime a meno che non si voglia considerare la tranquillita’ pubblica una vittima.
Ecco l’esempio
E’ il giorno di ferragosto, la citta’ e’ vuota, nei palazzi restano poche, pochissime persone, alle volte anche un solo nucleo familiare. Le strade sono deserte, non c’e’ nessuno che passa, i parcheggi solitamente stracolmi sono completamente vuoti. Non c’e’ proprio nessuno. Tizio, amante della musica metal, approfittando dell’assenza dei suoi genitori e del palazzo vuoto, alle 15, quando tutti sono a mare, accende lo stereo a tutto volume e ascolta il suo gruppo preferito. Sfortuna vuole che proprio in quel momento passa vicino la sua casa una pattuglia che rileva l’infrazione e segnala il fatto alla procura della repubblica. Tizio, ragazzo di 20 anni, una persona pacifica, senza aver fatto del male a nessuno, senza aver effettivamente disturbato qualcuno, rischia una condanna per disturbo del riposo delle persone. E’ ancora necessario nel nostro codice penale un articolo del genere?
Dura lex sed lex dicevano i romani. La fantasia dell’interprete, però, supera la realta’. Accade cosi’ che la citta’ sgombra del 15 di agosto risulti maggiormente tutelata rispetto ad un gruppo di condomini vessati dai rumori del vicino. No, non e’ una fandonia. Tenete a mente la n. 25225 resa dalla Cassazione penale lo scorso 25 giugno. Che cosa dice la Suprema Corte in questa sentenza? Esattamente, nel testo del provvedimento si legge che l’art. 659 c.p. “persegue finalita’ di preservare la quiete e la tranquillita’ pubblica ed i correlati diritti delle persone all’occupazione ed al riposo; e la giurisprudenza di legittimita’ e’ orientata nel senso di ritenere che elemento essenziale di detta contravvenzione sia l’idoneita’ del fatto ad arrecare disturbo ad un numero indeterminato di persone”. Nel caso di specie, dicono da piazza Cavour, ciò non s’e’ verificato in quanto dal processo e’ emerso “gli unici soggetti danneggiati dai rumori causati dai ricorrenti sono stati i cinque condomini occupanti la palazzina e che questi rumori sono rimasti circoscritti all’interno dello stabile, senza essersi mai propagati all’esterno”. Ai malcapitati resta la tutela civile. Come dovrebbe essere anche nel caso del disturbo della pubblica quiete.
Morale della favola: se qualcuno ben individuabile e’ danneggiato, l’imputato e’ assolto; qualora, invece, ad essere danneggiati fosse un numero di persone indeterminabile anche se non identificabile, l’imputato sarebbe condannabile. Ma che razza di diritto penale e’ questo? Per quanto tempo vogliamo continuare a farci del male?